
“.. una cupa sensazione di tormentosa, sconfinata solitudine e di distacco da ogni cosa si fece d’un tratto chiara all’animo suo. ..” ( Fëdor Dostoevskij , i Demoni )
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Era come se mi guardasse, di soppiatto tra i fili d’erba mentre sistemavo le sedie fuori in giardino , come una coniglietta pronta a diventare Leonessa o Tigre o Ghepardo, a balzare fuori dalla piccola vegetazione del campo mai diventato orto….la casetta bianca era un ex pollaio, anzi, gallinaio, e per un brevissimo tempo, quanto il battito di ali di una farfalla ,solo questo era…o era stata…poi il decadimento, l’abbandono, l’incuria, i prunai nati intorno e anni e anni di pioggia battente, fango, vento e silenzio notturno di grilli l’avevano relegata al ruolo di magazzino di roba dimenticata…eppure era vicina..cosi’vicina che nelle notti di luna, quando si guarda fuori della finestrina del bagno di casa, sembrava quasi avvcinarsi, passo dopo passo, metro dopo metro, silenziosa, letale, magnetica…come una calamita il cui polo negativo si trovava nella mia testa e nei miei pensieri…Complice la lettura di un racconto di Lovecraft, la vedevo quasi come una casetta periferica di Innsmouth, piccola nascosta apertura per un mondo collegato alle sue viscere profonde, con scalinate infinite e arcuate, che scendevano nel profondo della terra e nei suoi oscuri abissi…e un battito di porta la riportava a questo spazio temporale , mentre dentro nelle sue gole e nei suoi cento stomaci e intestini, si banchettava con l’ultima anima rubata al nostro mondo…mancava solo di vederne i denti e di scorgerne i canini appuntiti, di sentire il suo alito fetido da fauce di bestia, e le sue guancie gonfiarsi per la masticazione di cuori perduti ….A volte succedeva che mi allontanavo apposta il giorno, il piu’lontano possibile dalla piccola casetta bianca, con ogni tipo di scusa e sotterfugio, come se a ogni passo, a ogni kilometro che mettevo in mezzo come zona franca, ma sarebbe meglio dire come campo minati, tra me e Lei, il sangue nelle vene mi abbassasse di pressione e forse anche di Hdl , perche’ mi sentivo piu’tranquillo, un po’come un bambino sulla barca a vela del nonno, quando si accorge che la piovra gigantesca di Atlantide non riesce a germirlo, lo manca di pochi metri perche’ non arriva allo scafo, e le resta solo da sputare una rabbiosa zaffata di nero, e sul viso arrivano solo innocue e fresce spume di oceano salato.
A volte uscendo di casa, prima di salire in macchina con fare fintamente disattento, mi volto, mi voltavo, e la guardo, e la guardavo…la sensazione era strana quando mi allontanavo, anche se con il senno di poi mi devo forzare a credere che sia stata un illusione mentale masochistica quella di pensare che nell’aria si struggesse un acre sapore netto di rimprovero, un malcelato non assenso …come se non volesse mai farmi partire e il filo spinato invisibile che mi faceva da collare ansiogeno, si stringesse ancora con piu’forza attorno al mio collo e soprattutto alla testa, da dove gli occhi si sforzavano di guardare fino all’ultimo metro di curva, fino all’ultima foglia di oleandro che nascondeva la stradina, il boschetto, la piccola casetta bianca.
Quei pochi, quasi sfortunati , che mi conoscono, potranno confermare il mio stato di spossatezza continua che mi prendeve e ancora mi prende lontano dai miei consueti confini, che in pratica si possono delimitare con una precisione che al Catasto si sognano: eccoli i miei confini, le mie limitazioni territoriali e le mie coordinate, langitudine esatta per longitudine millimetrica, con sopra il gps satellitare dell’Iphone fermo esatto che ve lo potra’confermare: tutto intorno alla piccola casetta bianca. Devo a malincuore ammettere anche che era una sorta di sollievo la breve distanza che si accumulava sotto le scarpe quando mi allontanavo dall’epicentro demoniaco , cosi’ decisi di chiamarlo e ancora oggi mai definizione mi pare piu’giusta, e direi anche sacrosanta se il termine non colludesse col precedente , coniando un ossimoro equivalente all “ angeli demoniaci “ di Browniana riminescenza….La sensazione di fastidio sentendosi in colpa per quell’effimero “sollievo” era ancora piu’fastidiosa della sensazione stessa di vicinante inquietudine, poiche’ sentivo, capivo, percepivo, annusavo, gustavo, vedevo, toccavo quasi con mano , che il mio posto era vicino a Lei, non lontano. E neanche in una via di mezzo comoda da affrontare, equipollendo le due sensazioni negative o positive….no, troppo comodo Mauro, troppo facile caro il mio Maurino. Il tuo posto è la. Non altrove.
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E’la casa che io possiedo, o e’molto piu’probabile e ovvio che lei possiede me? ne sono parte integrante, sono muro, intonaco, soffitto tetto balaustra e pavimento lucido, ne sono essenziale essenza corporea maneggiata da lei come creta, anzi calce viva vivente e sanguinanteSo bene che la vita è fatta di desideri, impulsi, sensazioni, emozioni, il piu’delle volte senza logica, senza connessione con la realta’ o la morale sociale. Il piu’delle volte le nostre voglie non sono esattamente cosi’, non sono cioe’ impulsi istintivi di cio’ che DAVVERO vogliamo…ma sono solo strade scelte tra le poche o tante che ti propone/impone la societa’, ma è pur sempre una scelta imposta tra strade gia’ben delineate e tratteggiate su una mappa precisa determinata e stantia..banale, ovvia, usuale e desueta, non al passo con i tempi e non al pari delle vere esisgenze umane, che per quanto lo si neghi, sono assai piu’simili a quelle del mondo animale di quanto ci faccia piacere saperlo. E insiema a questa futile e banale considerazione, che come tutte le cose palesi viene nascosta nei meandri del subconscio della consuetudine sociale che impone sempre di fare il contrario di cio’che davvero la mente, anzi, il corpo desidera, sapevo che io desideravo stare nelle vicinanze della casa, sapevo che il mio corpo aveva bisogno di quelle mura bianche senza tempo, come una carcassa ossea ha bisogno della sua gabbia toracica per permettere al cuore malato al suo interno di trovare aria nei ventricoli per respirare e impedire alla massa grassa di giacere sul cuore, soffocandolo….Le sensazioni primarie erano simili alla fame e alla sete, ma poi procedendo in senso contrario alla sua presenza, avvertivo che era una ben piu’diversa sensazione che mal si adattava agli altri miei bisogni atavici, era un po’come l’ossessione per il fuoco, per l’ardere della fiamma che pero’ spaventa quando ci si avvicina troppo a essa, sai che ti brucerai ma continui a ammirare come in estasi sublime quella pira e quei colori cosi’sgargianti, simili al rosso del tramonto , simili alla porpora di vesti veneziane , simili al gotico di un fiume cromatizzato in una tela di un pittore maledetto, simili al sangue. Quando ero con lei, vicino alla mia little white house, la coccolavo in un nostro modo segreto, che consisteva nel non curarla troppo, nel non imbiancare troppo le sue mura , nel toglierle l’erba rampicante intorno, ma non tutta..avevo infatti ben cura di lasciare le spine dai prunai piu’fitti in modo che un eventuale bestiola malcapitata di passaggio fosse scoraggiata dall’avvicinarsi troppo o dal sostare vicino di essa o addirittura sopra, il che per me, fedele al culto della Piccola Casa Bianca, sarebbe stato un sortilegio, una sorte di sfregio sul viso della gioconda che avrebbe causato danni irrimediabili , neanche col passare del tempo sono certo che avrei potuto dimenticare un cosi’ grave insulto alla castita’pura di quel bianco cosi’ perfetto come assonanza mentale a una nera notte di luna piena .
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Ho sempre vissuto di desideri inespressi, e proprio per questo sempre piu’forti ogni volta che restavano rinchiusi….fortissimi, ossessioni schizofreniche che si tramutavano in materia solida e densa , come argilla onirica che arriva di notte, quando ti aggrappi forte al cuscino e quel che resta sul muro sono i segni dei pugni, la screpolatura delle nocche e il sangue che esce dalla ferita alla testa martoriata dalle botte contro la parete e dal troppo flusso di pensieri….lo streaming of conscioness non funzionava ormai piu’con me, per quanto lo praticassi al posto di una ragionata lucida e logica serie di progressioni sinaptiche intellettive, alla fine i pensieri si riunivano come spermatozoi in un utero vergine e vorticavano al contrario incanalandosi in un unica direzione: quella della mia ultima ossessione…dare alla casa quello che la casa voleva…una parte di me con la quale nutrirla, con la quale farla crescere o frose farla solidizzare come pianta rampicante…ma carnivora….Piano piano col passare dei giorni in un lento inesorabile processo di osmosi corporea e solida, l’ossessione per la Casa si trasformo’ in un ossessione piu’carnale , viscerale, ben definita e quasi totale, che mi assorbiva piu’pensieri di quanti ne potessi pensare….Dentro di me in una serie di processi infiniti svolti nella notte in cui mi sentivo solo accusa , e rifiutavo qualsiasi altra difesa provenisse dal mio io Yang, quello buono positivo e felice, ormai quasi azzerato dall’Altro, mi ero piu’volte visto dichiarare colpevole da me stesso, senza possibilita’di appello o revisioni, e sempre inesorabile arrivava il colpo di martello sullo scranno di legno d’acero del Tribunale…un aula vastissima della quale non si intravvedeva la porta dove ero entrato, dove erano entrare le guardie che mi tenevano, dove erano usciti lentamente i fabbri che mi avevano fuso le catene a piedi e mani, ma dove in ultimo esame io non ricordavo di essere passato tra i banchi di pubblico e testimoni, come se fossi rimasto sempre li’al banco degli imputati, cercando magari invano di leggere la scritta che la pena è uguale per tutti, anche se io sapevo benissimo che uguale non era, visto che a me sarebbe toccata la piu’severa delle punizioni, la piu’cinica ordita da creatore spietato, e cioe’ non di vivere sempre con la coscienza della colpa o della pena, ma della piena consapevolezza di me stesso, che è tortura ben peggiore e infinita…attimo dopo attimo, minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, secolo dopo secolo. E domeniche comprese. La lotta tra autoinnocenza e autocolpevolezza, fino alla completa utopistica catarsi finale è da sempre retaggio degli uomini piccoli, che si sentono quasi importanti dilaniandosi in battaglie intestine che dovrebbero decretare se la persona stessa sia degna, negli stilemi occidentali, o indegna di alzare la testa quando passa tra i propri simili…ma un refuso di filosofia zen orientale , ma anche proveniente direttamente dall’antica civilta’ Ellenica, ci fa capire che forse siamo solo pedine del destino, foglie nel vento, e che tutto, perfino i nostri piu’bassi istinti è decretato dal caso, dal Dna eterno o addirittura dalla pura e semplice combinazioni di elementi, anch’essi ineluttabilmente comunque mossi dal vento del caso piu’puro e immacolato…alla luce di questa amara o dolce e soffice verita’, sulla qualche come coperta moribida ci si puo’cullare nell’Ignavia, ci possiamo permettere di far riposare i nostri serrati e impietosi giudizi, se non sul nostro prossimo, quantomeno su noi stessi, darci una effimera pace dei sensi abbandonandoci, anche se questo è il passaggio piu’duro e allo stesso tempo utile, ai nostri istinti.
Dei Delitti e Delle Pene, e del Delitto e Castigo, nulla alle soglie del ventiduesimo secolo resta, e men che meno delle tavole di creta della legge, o dei comandamenti cosi’vetusti e superati gia’ al momento in cui Mose’scese dalla montagna …e proprio per quesato chi sono io, inutile foglia al vento , da potermi fermare per farmi processare da me stesso, invece che correre tra sentieri di istinto e colorati di voglie epidermiche e naturali? Proprio io, il piu’indegno tra tanti, dovrei essere il metro di giudizio di una ritrovata umanita’ moralistica e socialmente inserita in un contesto dove le leggi della natura piu’ epicurea , insieme al vento che percorre gli abeti, ne hanno fatto da padrone? Dovrei davvero essere io il re degli stolti, unico in disparte nella sala del trono mentre tutti gli altri paggi gozzovigliano canticchiando stonate melodie? …non ci si aspetti questo da me, non mi si faccia agnello quando io mi sento lupo…anche se non capobranco,ma predatore, ben lontano dalle pecore del gregge che sono non nostro esempio, ma nostra unica e ultima preda finale, in una algoritmo che implica un unica sola legge: quella del predatore, quella della giungla. Selvaggia.
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Da sempre sono affascinato dalle atmosfere texane desolate e asettiche…dove ogni sospiro è accompagnato da una lama elettrica che squarta tendini e dove il volo di un avvoltoio significa cadavere scarnificato esposto al sole del pomeriggio nel Mohave….Cactus, strade asfaltate bruciate dal sole, tramonti cupi porpora e occhi selvaggi di coyote famelici che ti guardano stringendo le pupille come fessure…un epitaffio….tutti sanno la fine che farai…e la farai……la guardavo ormai da mesi ..forse piu’..ma il tempo non mi passava e non mi pesava quando la vedevo uscire dalla sua casetta bianca, ma di un bianco cosi’ immacolato, molto molto diverso dal bianco della MIA little white house…Lei camminava a piccoli passi, come se volesse trattenere un tesoro prezioso in mezzo alle gambe, non lasciarselo scivolare tra un angolo di strada e una strettoia, tra un appoggiarsi a un terrazzo per controllare la borsetta, e un piegarsi su una panchina di marmo per allacciarsi le scarpe…ma non capiva che qualcuno, che io, ero interessato non a qualcosa che poteva custodire in mezzo alle gambe o dentro di se, ma solo alla sua camminata sbilenca, alla sua aura intorno e all’aureola sopra, alla sua essenza quando era assente,al suo respiro quando stava in silenzio, e alla scia di profumo che lasciava e che io aspiravo avidamente quando ripercorrevo da solo , passo passo, scanalatura per scanalatura, sanpietrino per sanpietrino, ogni suo minuzioso passo…e quasi riuscivo, per spirito emulativo, a trasformare il mio passo sgraziato, quasi da Quasimodo, in una morte lenta del cigno , in una Dalia Nera che per spirito di equazione ne aveva lo stesso sentore…una metamorfosi Kafkiana al contrario, dove da verme strisciante e ignorato da tutti diventavo principessa su un fiore colorato ocra…..I desideri dopo un po’diventano ossessioni, e dopo diventano carne e sangue…sangre muerto…parte di te , come un arto, una branchia, un polpaccio, un polmone e soprattutto sono e si materializzano come aria, quando soffi su un vetro, passeggero stanco, e neanche hai voglia di scendere dal treno…ma quell’aria ti diventa indispensabile da tirare fuori, da osservare che offusca il vetro mentre fuori gli corrispondono le gocce di una stanca pioggia di settembre…non puoi piu’viaggiare senza, nessun altro kilometro vissuto su rotaie distratte sarebbe lo stesso senza quell’aria da colorare, dipingere, disegnare, sognare,,,e infine cancellare svogliatamente, ma risolutamente. Con forza.
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Probabilmente quando la vidi per la prima volta era Estate…dicevano tutti che era Novembre, ma allora perche’vedevo intorno a me fiorire cose, reagire colori a colori, stemperarsi i freddi e strisciare i caldi accostamenti di tramonto? …E’forse egoismo pensare che solo per me era un estate privata e personale, regalo stanco di una vita fatta di una seria di infiniti , lunghi, senza sole, autunni lenti? …ma l’istinto anche in quella occasione mi frenava, mi impediva di vivere appieno quella mia privata estate, o forse ero io che sapevo che ne dovevo essere privato, in un assurdo gioco di parole che non mi faceva ridere, ma tremare di freddo al punto che gli altri attorno a me mi consideravano un loro simile…e non in realta’quello che ero, un alieno capitato per caso in un bosco di cui non apprezza i freddi e il vento gelido, ma ne custodisce gelosamente l’aroma, forse e meglio degli altri che in quel bosco infnito e moltiplicato ci vivevano, ci camminavano, ci proliferavano, ci banchettavano e lo gustavano……non mi ritenevo un eletto in quel periodo, ma solo dopo capii che avevo visto una stella cometa…solo io , nello sguardo avevo intuito la sua lucentezza, mentre gli altri nei loro indaffaramenti finti serali le passavano accanto, ci urtavano il gomito, la respiravano, perfino la guardavano e addirittura ne incrociavano l’altero sguardo ma nessuno la vedeva……..E’sciocco chi incontra il demone che lo uccidera’senza vederlo, o è coraggioso chi lo cerca ben sapendo come finira?…questo dubbio che poteva salvarmi la vita, che poteva salvarla a tutti e due, non mi colse mai….solo adesso ci penso, ma anche lo trattengo, perche’non ha piu’importanza un teatrale finale quando si vuole solo ricordarne i primi atti, e quando goffamente si vuole chiudere un sipario, ci accorgiamo che siamo ancora in scena…..ma senza applausi…Ricordo bene che quando la incontrai avevo freddo…quel tipo di freddo che non corrisponde alla temperatura esterna, ma bensi’alla noia, alla noia di vivere, di camminare, di passeggiare, di parlare, di muoversi e di allacciarsi le scarpe la mattina. Ogni piccolo gesto era un frustata di gatto a nove code e l’unico sogno era di sdraiarsi appena alzati…anche se fosse su una ruota medioevale di tortura o dentro una Vergine di Ferro , aspettando che i suoi mille chiodi arrivassero veloci a trapanarmi gli occhi , perche anche guardarmi intorno mi feriva piu’del dolore del ferro. Poi in un angolo di strada dimenticato dal tempo e dalla pioggia, la vidi arrivare…fu come se fossi diviso in due da una lama…e mi concentrai sullo scintillio della lama, sulla sua curvatra e sulla sua affilatezza, piuttosto che sul dolore che mi provocava perdere un arto per il suo taglio, o sulla debolezza che mi dava continuare a osservare in silenzio senza sangue.. Lei fiuto’il suono denso del mio sangue che gocciolava lento, e mi rendeve indifeso ai suoi occhi e a eventuali suoi attacchi letali.Ma forse ignorandomi, o forse incuriosita, non fece partire l’attacco ma si limito’a osservarmi con una specie di sorriso che forse, nelle sue intenzioni e nella realta’era beffardo , ma che io vidi come un invito a restare vivo, a smettere di sanguinare. E per suo potere esclusivo il sangue mi si fermo’, le energie mi rientrarono nel petto, e come risalendo dall’asfalto bagnato, il battito pulsante del mio cuore ritorno’a mescolarsi al suo in lontananza…
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Ormai ero certo, avevo capito di me che non sarei tornato indietro…e poi le due cose erano talmente logiche, conseguenziali, perfette nel loro assioma, e non erano certo un ossimoro..solo a pronunciare mentalmente quell’equazione mi sentivo cristallino, puro, indovinato, totale e simmetrico: LEI DOVEVA ENTRARE NELLA PICCOLA CASETTA BIANCA. Questo paradigma perfetto non laciava spazio a una logica domanda interrogativa che chiunque avrebbe eseguito subito dopo il Pensiero Perfetto: per farci cosa? Perche’ lei ci doveva entrare? A quale scopo? …Ben sapendo che questi interrogativi avevano anch’essi la loro dose di sottile perfezione e chiarezza, mi violentai e mi forzai all’unica soluzione logica, almeno per quel momento, non pensarci. Era una soluzione di comodo, certo, lo ametto e sempre lo ammettero’, ma mi piace e mi piaceva pensare in quel periodo temporale che invece che una chiusura mentale per pigrizia, fosse invece una sorta di vaso di pandora inserito nei lobi occipitali dei miei pensieri, che lasciasse posto a qualsiasi altra diramazione , a qualsiasi altra possibilita’ e casualita’ controllata…potevo pensarci di tutto in quell’ipotesi cosi’aperta, e addirittura davo per scontato che l’equazione iniziale LEI NELLA CASA fosse un dato di fatto, utopisticamente pensavo e volevo che la natura intorno a me fosse d’accordo nella semplicita’cosi’ bella del concetto…come altro si potevano collegare i due elementi che piu’mi intrigavano, lei e la casa? Ma era cosi’ ovvio: LEI DOVEVA ENTRARE NELLA CASA. PUNTO . FINE.
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Rendendomi conto che per adesso, data la mia congiunzione astrale sfavorevole, con tutti i segni contro e con i soli Gemelli a favore che non mi sarebbero bastati, decisi di sfogare in altro modo la mia momentanea sospensione forzata della realta’, almeno come io la volevo, e concentrarmi su quella che davvero volevo, e cioe’ nel modo migliore: allontanandomi da essa. Capii subito, dopo aver sperimentato William Gibson, Philip Dick, Bachmann, Lovecraft e Poe, che l’astrazione letteraria era la Droga piu’potente tra tutte quelle conosciute e anche la meno legale , visto che veniva pubblicizzata meno di zero, e il suo uso era perseguito in ogni paese dell’universo , perfino in quelli sottosvillupati, dove la lettura di un quotidiano se non addirittura di un libro era vista di cattivo auspicio per le generazioni future…solo un rogo comune di ogni sillaba, di ogni forma letteraria, pareva essere l’unica estrema ratio possibile immaginabile e di certo auspicabile …Ma ognuno, seppi in seguito quello che comunque avevo sempre sospettato covava un segreto…lo capivo, lo vedovo da occhi stanchi dal sonno e labbra incupite dall’aver pronunciato troppe parole immaginarie, fattore tipico di chi è uso scrivere un diario, o tenere degli appunti segreti…mi sentii subito affratellato a questi massoni, novelli reduci transfugi da un clone del “partito dell’amore “ Orwelliano, ma stavolta la situazione era piu’grave, perche’ a fare le veci di un unico, statico, monolitico e cristallino Grande Fratello, ce ne erano tanti piu’piccoli di fratelli, che nascosti in impermeabili alti e umidi della rugiada mattutina, e intabarrati in spessi Ray Ban spuntavano a ogni soglia, a ogni angolo e a ogni crepa nel muro, e sentivano, ascoltavano e …riferivano. Decisi comunque di correre il rischio perche la medicina dell’astrazione mentale mi era troppo necessaria, come l’aria a chi è nelle viscere oceaniche delle Marianne, per non pensare a Lei, la casa…e a Lei, la donna …e a loro, la donna e la casa insieme…..e iniziai….
La tecnica che seguivo era quella dello scorrere della coscienza, e era l’unica possibile quando si vuole ricorrere all’illogica contro la logica, all’astrazione contro il troppo reale , all’inconcreto e al subliminale contro la dura pietra granitica e marmorea del Desiderio Mancato, o molto immodestamente, disatteso, e scrivo utopisticamente e spero profeticamente : “disatteso fino ad ora”. Il diaro era ovviamente bianco, con le pagine di carta ingiallita, robusta e filigranata, sembrava appartenere a monaci scribi del 17 secolo, era informe, pesante e profumata di antico , di secolare…di palme e pitosfori…e lo custodivo nella piccola casa bianca. In un angolo di una casa che non aveva angoli. Mi sedevo, dentro di lei ventre accogliente, ma ripugnante…e cominciavo a scrivere, sotto una dettatura che non era certo la mia….Forse un giorno decidero’di estrarre dal forziere della memoria e del dolore quelle insanguinate pagine che scrivevo seduto in mille mezzanotti , a un angolo della piccola casetta bianca, ma ora avrei orrore Dunwitchiano anche solo a toccarle quelle pagine, figurarsi a leggerle, men che meno a pubblicarle…sarebbe piu’semplice per me e forse anche per un lettore, sventrarmi e stare a guardare il sangue rosso vermiglio e le viscere che lentamente formano geroglifici sul Linoleum bianco marmoreo….
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Poi pagina dopo pagina, sanguinamento dopo sanguinamento , la consapevolezza che il palliativo, il placebo, fosse piu’nocivo alla mia anima devastata , del male stesso, mi portarono a sfogare gli ultimi sprazzi e spruzzi artistici indefiniti, quasi fossero diventati Picassiani affreschi di imitazioni Anghiariane fino a abbandonarli, come un fango putrescente si infila piano nelle natie fogne maleodoranti…e non nascondo a chi capisce cosa sia liberarsi di un ossessione, che mi sentii piu’leggero, ma mai sarei stato pronto, per quanto fluttuante, al peso di quello che furono i massi emotivi granitici successivi, insostenibili per chiunque avesse un qualche seppur minimo aggancio con la realta’ e con la concretezza del pensiero debole, ma quasi una normale routine illogica per chiunque fosse baciato dal sacro fuoco della Pazzia, la maiuscola Pazzia che tutto cancella, soprattutto e principalmente: speranze, logica, utopie, annullamento del dolore e semplice voglia di alzarsi la mattina per vedere nello specchio che si è vivi…forse questa pazzia si almenta del desiderio opposto, è una sorta di autodistruzione controllata e fortemente voluta, ma che , come dito in una dita, appena lo togli prende lui il controllo della situazione e vieni travolto, letteralmente e fluidamente dalla semplice ma monolitica DISTRUZIONE
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Successe un giovedi’ ..sotto dei cipressi di Bolgheriana memoria e Carducciana geolocalizzazione…stavo guardando lentamente il sorgere di fili d’erba , con delle cuffie insonorizzate che mi salvassero dal rumore assordante ( che comunque, in ogni caso, riuscivo ugualmente a scorgere ) che mi venne l’improvviso impulso…fu una Epifania, una spada di Damocle che cade, un nodo gordiano che si recide, un oceano che si divide e una tavola della legge che si spacca, si frantuma, e non si ricompone piu’, neanche in un minuscolo verso dell’ultimo degli ultimi comandamenti….capii, cosi’trafitto su un prato rosso, che era arrivato il momento…la stasi non poteva piu’durare, lo stallo era smosso, come un magma che scende a valle da un vulcano, è inarrestabile…nulla possono le poche siepi di rododendrit che le si prospettano davanti…Non sono le Termopili queste, e i persiani…passano….Era giunto il momento, gli orologi molli si indurirono improvvisamente, come allo scoccare di cento mezzanotti silenziose, e il rintocco faceva rimpiangere, in quanto a potenza assordante, un gong tibetano mentre ci sei davanti, e sta cominciando un incontro al massacro, e tu sei uno degli sfidanti…vedi la gente che guarda e osserva muta, vedi i petali di fiori che le vallette spargono a piene mani intorno al ring, e senti il concitato annunciatore che dice il tuo nome per primo, perche’ secondo loro non ce la farai, secondo loro sei il piu’debole, e l’altro che viene annunciato dopo è il favorito…o la favorita…Il dubbio era forte, potente e insinuante come una sanguisuga assetata, e piu che dubbio, era una certezza di inconsapevolezza…eccola la domanda: saresti stato piu’forte te o lei? E lei, era lei, o era la Little White House?
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Tentare di scordare i muri bianchi e il desiderio di lei contenuta, abbracciarsi come lei vorremmo abbracciasse le catene in un edipico conflitto, e sfogliare nervosamente fumetti vintage Bonelli, o idolatrare la trilogia berlinese, come pure guardare sette volte di seguito l’apocalisse o rotolarsi correndo su un palco tra pistole e rose ma nulla neanche l’angelo della morte o l’antisocialita’ dei maggots puo’far sfuggire alla noia solo in parte acuita da lamenti lontani, oltre il porto delle nebbie, un una lunga fila di lampade al neon che lampeggiano scarse attirando moscerini.Disattenta la proiettavo nel futuro, un futuro cattivo, ansiogeno e ansiolitico, nervoso, scattante, con i muscoli tesi, tesissimi che alla fine, inevitabilmente , come un finale ovvio scontato e banale, si voltava di scatto e mi chiedeva pieta’, e questo a prescindere da ogni sensazione precedente, ogni minima traccia di altre emozioni che non fossero il rapporto vittima/carnefice, l’alfa e l’omega, tutto netto, indivisibile,serrato e allo zenit. Bianco o Nero, tu soffri e io godo. Punto. Questa sensazione di estrema separazione netta tra ruoli mi dava pace, temevo infatti, e spesso, l’intricarsi degli stessi e il loro venire meno alle basilari peculiarita’ di quello che eravamo destinati, predestinati a essere…capivo, impercettibilmente ma solidamente che se fosse venuto meno il ruolo principale, il mio, sarebbe stata una assoluta catastrofe, non un solo fiato della vittima sarebbe stato utile al mio ego, ma sarebbe stato invece il dito che viene tolto dalla diga, che scatena il diluvio dei sensi, mescolando e formando una poltiglia uniforme dentro la quale mi sarebbe stato impossibile distinguere le varie sfumature. Ma con questa certezza ruolistica, queste paure affievolivano, e la diga resisteva al torrente di incertezze che la parte debole di me aveva, influenzata da sentimenti a me avversi, quali suggestioni di tramonti, pianti di bambini, farfalle svolazzanti..e il mare limpido.
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La diceria popolare secondo la quale ogni uomo è cacciatore, non è assolutamente esatta, non nella sua entimologia quantomeno….l’uomo è cattivo. Questo si…la preda la uccide per violenza pura, alla Arancia Meccanica, e per il retrogusto che prova, e che sempre provera’al ricordo di tale violenza…ricordo che anche se volesse rimuovere, non potrebbe mai…spunterebbe, dalla libido, dal talamo e dalla parte del cervello usata per la chimica del piacere…solo, sotto la doccia, magari nel momento di massimo rilassamento uscirebbe il ricordo dell’attimo esatto in cui la violenza diventa estetica, un bel quadro da ammirare, un bel fumetto da annusare, o un bel cibo da assaporare. Per quesato, per quanto mai lo si ammetta, l’uomo è attratto dalla violenza, specie quella insensata, perche’, e questo sia chiaro, cristallino, lucido, brillante e lampante…la trova , anzi mi correggo, E’ bella. E’bella..come essere rinati, senza i vincoli legati al non fare , al non osare, al non agire..sempre sopprimere i propri reali istinti come belva legata in modo posticcio, una fune che taglia la gola ma non inibisce i sensi, i sensi animaleschi…Vivere in una brughiera sterminata, inframmezzata solo da passaggi di aquile , da frstuono di humus che cresce al vento, di fronde degli alberi spezzati da tempeste equatoriali, che lasciano aurore boreali inframmezate di arcobaleni incompiuti, lontani anni luce dalle pentole d’oro…..
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E per questo non mi vergognavo di desiderarla, e soprattutto non mi vergognavo del desiderio come essere predominante in me, e non mi vergognavo, infine del “come “ la desideravo, e del COSA le avrei fatto…nessun senso di colpa atavico retrodatato, nessuna stasi creativa del dolore e dei modi per infliggerlo, nessuna ipotesi di pianto seguente al ritrovamento del cadavere putrefatto e divorato dai vermi che snodavano dal cervello ancora gocciolanti di melma corporale…questo non mi impensieriva affatto, non quanto la curiosita’suprema di sapere cosa avrei provato la sera di agosto, per il suo compleanno, quando le avrei portato una rossa rosa bianca sulla sua tomba di terra smossa, come era il suo falso volere da me impugnato e scritto col favore di avvocati prezzolati…
THE END
Un altro pugno alla parete, quasi non ho piu’forza di batterci contro, come se quella parete mi dividesse da lei …è strano quanto presto è uscito il sangue…e con lo stesso esatto colore che immagini abbia il sangue… L’unico modo di calmarsi è sempre il solito…ma è anche per me l’unico modo di morire piu’velocemente del solito, ancora piu’velocemente di quanto lei ci abbia messo a morire…e per quanto io odi la parte di me che l’ha uccisa, non supera ancora la voglia di ricordarla prima di entrare nella piccola casetta bianca l’ultima sera in cui ci vedemmo da vivi…prima di quella eterna maledizione chiamata notte …e di quella medicina velenosa che si chiama incubo….
La porticina si apre piano, come un ostrica che contiene perle…e le perle sono le sue urla , è come se tra le crepe dei muri, in ogni singola ragnatela ci fosse la sua essenza, le sue gocce di sangue che mi chiamano, e io come ogni notte non sfuggo a questo appunamento sotto la luna piena, al ricevimento organizzato dai miei incubi…e gli occhi guardano e la mente ascolta, e il cuore…smette di battere…e comincia a sanguinare…e di nuovo la vedo… e di nuovo mi attira a se’come morbida falena, come sinuosa sirena di un mare morto e gelido…mentre il vento soffia tra alberi altissimi , i rami mormorano la sua voce lamentosa che avro’ ri sentito mille volte e mille e cento, ma ogni volta mi sembra nuova, o forse è davvero diversa, e cambia a seconda delle stagioni, o di ogni foglia che cade di Settembre
La sera di Maggio che le tagliai la gola fui subito preso da un istintivo sollievo, come quando ti liberi da un peso..era esattamente non un peso sopra la testa, come una sorta di spada di Damocle, ma al contrario, lo sentivo e lo percepivo laterale…questo mi sembro’strano almeno all’inizio, nelle tre ore che rimasi accanto al cadavere studiando quante sfumature potesse ottenere il porpora vermiglio del suo sangue nobile..poi capii perche’ lo percepivo laterale il vuoto pesante lasciato dalla sua presenza assente…perche’era li’, al mio lato, che lei sempre camminava, un po’in silenzio, forse studiandomi, o forse piu’pessimisticamente chiedendosi che ci faceva li’in quel viale pieno di foglie secche, insieme a me…tra i colori dell’Autunno infinito, aspettando di smettere di parlare godendoci il nostro rispettivo silenzio..ma il mio vero terrore non era per questi dubbi, ma era che per un arcano e beffardo mistero scherzoso, frutto di un maligno tiro di dadi, lei si chiedesse , facendo cernita e strada tra mille altre domande…chi fosse il suo assassino…chi fosse Mauro Meoni…
..nessuno di noi due vide mai l’arcobaleno, ma anni dopo qualcuno mi racconto’che c’era alle nostre spalle, anche se io non lo vidi mai…ma se mai ci fosse stato davvero, di certo non era dal mio lato della strada e non era sopra la mia spalla. Mi piace pensare che fosse nato dal color rame bronzeo dorato dei suoi capelli Ocra, e che i colori fossero nati dal suo respiro che freddo si materializzava nell’aria..Io non sarei mai stato capace di simili colori e argentature , ma lei mi trasmise dopo qualche tempo qualche sprazzo delle sue , non come regalo, ma come prestito, forse per vedere se i ne fossi capace di usare il loro potere curativo, ma semmai lo feci con altri, su me stesso non funziono’ammesso che quello era l’intento inziale di entrambi. Guarirmi non era previsto da nessuno, stavo bene distrutto sotto la pioggia, quello era il centro de mio universo e il freddo era l’unico mio mondo possibile al momento. Non sarei stato capace di apprezzare il calore semmai lo avessi sentito e non ho mai visto come verdi i campi in cui correre evitando fiori secchi rubati da giardini funebri. Solo la pioggia aveva un senso, e io sotto la pioggia ero il suo complemento, perche’la pioggia scende e cade per bagnare qualcuno no? …ero io lo spaventapasseri predestinato a quel ruolo..semmai ( ma a questi ci pensai dopo) era Lei quella fuori posto, con i suoi colori in un pomeriggio grigio del 31 Febbraio che durava tre mesi .Nei miei reconditi sogni ,quando arrivo’ l’inzio della fine dell’ultima estate, eravamo fermi su una spiaggia cosparsa di un misto di giornali, vecchi tg, antenne televisive arrugginite e coriandoli di arsenico..ce ne stavamo lenti, appoggiati a un muro secco, che ti faceva sporcare di calcina e polvere se ti appoggiavi troppo..ognuno di noi guardava lontano, penso piu’cercando il profumo della salsedine, piuttosto che la vicinanza degli altri…questa presenza fisica veniva vista piu’come un fastidio, che come un aiuto dalla solitudine, per noi era preferibile l’individualita’, piuttosto che la non compagnia…ricordo distintamente che a turno, senza un ordine precostituito, ma con una allegoria alchemica imprevedibile, incastrata come un puzzle, cominciammo a raccontarci le esperienze delle ultime letture estive, che ci avevano accompagnato in questi ultimi lunghissimi quattro mesi e tre ore….chi citava Lovecraft con le Montagne della Luna, chi , quasi deriso e noioso, l’Ulysses, chi infine l’opera piu’misconosciuta di Miller, che scherzando fingevamo di scambiare per Mailer…cosi’ci si trascinava sulla spiaggia, verso l’ultimo anello del tramonto. Ogni tanto la scintilla elettrica dello sguardo con lei, ma svogliato, afono, senza davvero importanza…fu per questi sguardi che la identificai concretamente con la fine dell’estate…come fossero un tutt’uno…e cosi’ogni volta che la guardavo, anche nei freddi pomeriggi di un 31 Febbraio, esclamavo mentalmente, ma cosi’forte che pareva tutti si voltassero: “eccola, è lei…sei tu…tu sei la fine dell’estate…”
Lei mi lanciava un occhiata distratta, identica a quella che io ricordavo e nella quale la identificavo..come se il cambio delle stagioni non significasse nulla..ma io sapevo, io lo sapevo che con il suo improvviso volgere delle spalle a teatro chiuso voleva dirmi:
“si, lo sono…..”